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documenti cuore e ragioni

La grande frattura del villaggio globale

di Bruce C. Scott (letterainternazione.it)

 

Secondo la teoria economica dominante, la globalizzazione dovrebbe condurre a un aumento del reddito medio in tutto il mondo. L'ampliamento del mercato consentirebbe alle imprese di incrementare le economie di scala e ai paesi poveri di crescere più rapidamente di quelli ricchi, dando luogo a una convergenza dei redditi. In quest'ottica, in cui non ci sono vinti ma solo vincitori, gli stati nazionali perdono di importanza a fronte dell'espandersi del "villaggio globale" e dell'affermarsi dell'integrazione dei mercati e della prosperità. Ma i fatti ci mostrano un quadro ben diverso. Se da una parte il reddito medio è effettivamente aumentato, dall'altra è aumentato anche il divario fra i livelli di reddito dei paesi ricchi e di quelli poveri. Entrambe le tendenze sono in atto da oltre 200 anni, ma il miglioramento delle comunicazioni internazionali ha aumentato la consapevolezza della disuguaglianza dei redditi nei paesi poveri e di conseguenza la spinta all'emigrazione. Per reazione, le nazioni industrializzate hanno innalzato barriere ancora più rigide contro l'immigrazione, tanto che oggi l'economia mondiale somiglia più a un "ghetto di lusso" che a un villaggio globale. E, nonostante l'apertura dei mercati commerciali e finanziari internazionali a partire dalla seconda guerra mondiale e l'esistenza degli odierni organismi multilaterali che regolamentano e controllano l'andamento dell'economia mondiale, la disuguaglianza economica fra le diverse nazioni continua ad aumentare. Circa due miliardi di persone guadagnano meno di due dollari al giorno.


Il punto debole del "consenso di Washington"

A prima vista, le cause di questa divergenza fra teoria economica e realtà sono due. In primo luogo, i paesi ricchi insistono a imporre barriere all'immigrazione e all'importazione di prodotti agricoli. In secondo luogo, l'inefficienza delle autorità locali ha impedito alla maggior parte dei paesi poveri di attrarre i capitali stranieri in quantità sufficiente. Questi due problemi sono strettamente collegati: impedendo loro di abbandonare il proprio paese, le barriere all'immigrazione negano agli abitanti delle nazioni mal governate la possibilità di migliorare la propria condizione attraverso l'emigrazione. A sua volta, l'immobilità elimina una fonte potenziale di pressione sui governi inefficienti, facilitandone la sopravvivenza. Vista la scarsa probabilità di una riduzione significativa delle barriere alle importazioni agricole e all'immigrazione da parte dei paesi ricchi, questi ultimi dovrebbero almeno riconoscere che le loro scelte politiche sono una delle cause fondamentali della disuguaglianza economica. E dato che la maggior parte dei paesi in via di sviluppo riceve scarsi investimenti esteri, le nazioni prospere dovrebbero prendere atto dell'erroneità del cosiddetto "consenso di Washington", come viene definita la dottrina che dà per scontato che la liberalizzazione dei mercati porterà alla convergenza economica. Se giungessero a riconoscere questi dati di fatto, i paesi ricchi dovrebbero ammettere che non sempre le loro particolari strategie economiche rappresentano la soluzione migliore per tutti gli altri e quindi la necessità di lasciare ai paesi meno sviluppati una maggiore libertà nell'adattare le strategie di sviluppo alle proprie esigenze specifiche. In quest'ottica più pragmatica, lo Stato verrebbe ad assumere un ruolo fondamentale. Perché economisti e politici occidentali non sono giunti tempestivamente a queste conclusioni? Perché, essendo le barriere innalzate dai paesi ricchi considerate di vitale importanza per la loro stabilità politica, i leader di questi paesi hanno preferito trascurarne l'importanza, concentrando la propria attenzione su quella parte dell'economia globale che è stata liberalizzata. E d'altra parte il potere politico di questi paesi all'interno degli organismi multilaterali impedisce alle nazioni in via di sviluppo di mettere in discussione questa visione del mondo, confacente alle esigenze delle nazioni ricche. Ma la stessa teoria economica ha ignorato l'importanza determinante del fattore istituzionale nella modernizzazione dell'economia, presupponendo erroneamente che i prezzi determinati dal mercato servano di per sé a distribuire le risorse in modo appropriato. Il fallimento delle riforme in Russia ha imposto un tardivo riesame di questa cieca fiducia nei mercati. Oggi molti osservatori ammettono che la transizione all'economia di mercato non può basarsi solo sulla liberalizzazione dei prezzi ma richiederebbe anche un'adeguata regolamentazione del diritto di proprietà e la presenza di uno Stato efficiente in grado di garantirne il rispetto. La liberalizzazione senza diritti di proprietà, infatti, ha dimostrato di essere la strada che porta al gangsterismo, non al capitalismo. Nella fase di transizione la Cina, che possiede uno Stato molto più efficiente di quello russo, ha raggiunto risultati molto migliori, nonostante la lentezza con cui il governo di Pechino ha affrontato i processi di liberalizzazione e privatizzazione. Lo sviluppo economico ha bisogno della trasformazione delle istituzioni quanto della liberalizzazione dei prezzi, che a sua volta richiede sia la modernizzazione politica e sociale, sia le riforme economiche. In questo processo lo Stato deve svolgere un ruolo fondamentale, in quanto condiziona la realizzazione delle strategie di sviluppo. Le pressioni esercitate dai mercati finanziari possono imporre una certa disciplina fiscale e monetaria, ma non saranno le forze che agiscono sui mercati ad aumentare l'efficienza dei governi dei paesi in via di sviluppo. E in un mondo ancora regolato dai "diritti statali", il vero progresso verso la formazione di governi responsabili richiederà l'adozione di riforme che vadano oltre i mandati degli organismi multilaterali.

I flussi della ricchezza e quelli dell'immigrazione

In teoria, la globalizzazione dovrebbe portare a un miglioramento dei livelli di reddito, aumentando la specializzazione produttiva e il commercio. Questa possibilità è tuttavia subordinata alle dimensioni dei mercati in questione, che a loro volta dipendono dalla posizione geografica, dai costi di trasporto, dalle reti di comunicazione e dalle istituzioni di ciascun paese. Il libero scambio aumenta non solo le dimensioni del mercato ma anche la necessità di migliorare l'efficienza economica. A sfruttare i vantaggi delle nuove opportunità di sopravvivenza e di prosperità offerte dal mercato sono i soggetti più competitivi. Secondo le previsioni dell'economia neoclassica, in un libero mercato globale i paesi poveri dovrebbero crescere più rapidamente di quelli ricchi. Il capitale delle nazioni ricche in cerca di manodopera meno costosa dovrebbe affluire alle economie più povere, mentre la manodopera dovrebbe emigrare dalle aree a basso reddito verso quelle con salari più alti. Di conseguenza, il costo del lavoro e il costo del denaro (e a lungo andare anche i redditi) nelle aree povere dovrebbero uniformarsi a quelli delle zone più ricche. La storia economica degli Stati Uniti dimostra che questa teoria può trovare riscontro soltanto in un clima di libero scambio sostenuto da strutture istituzionali adeguate. È così che dal 1880 si è verificata una notevole convergenza dei redditi tra le varie regioni del paese. L'Unione Europea ha vissuto un fenomeno analogo, con l'eccezione della Grecia e del Mezzogiorno d'Italia. Ciò che conta è che sia negli Stati Uniti che nella UE il libero scambio interno è accompagnato da una piena mobilità del lavoro e dei capitali. Ma il resto del mondo non corrisponde a questo modello. L'ultimo rapporto sui paesi in via di sviluppo rivela che tra il 1970 e il 1995 il reddito pro-capite reale nel terzo del mondo comprendente i paesi più ricchi è aumentato dell'1,9 per cento all'anno, mentre nel terzo del mondo che rappresenta la fascia media è cresciuto solo dello 0,7 per cento e nel terzo più povero non è aumentato affatto. Soltanto nelle nazioni industrializzate dell'Occidente e in Giappone i redditi medi reali sono aumentati di circa il 2,5% l'anno dal 1950 a oggi, un dato che rende ancora più evidente l'aumento della forbice dei redditi a livello mondiale. Questi paesi ricchi rappresentano infatti circa il 60 per cento del PIL del mondo, ma soltanto il 15 per cento della popolazione. Per quale motivo i paesi poveri rimangono sempre più indietro? Uno dei motivi principali è che, a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, la maggior parte dei paesi ricchi ha fortemente limitato l'afflusso di manodopera internazionale nei propri mercati. Di conseguenza i lavoratori non specializzati non sono liberi di trasferirsi all'estero in cerca di occupazioni più remunerative. Dal punto di vista americano o europeo, l'immigrazione sembra essere aumentata negli ultimi anni, toccando addirittura i livelli massimi registrati un secolo fa negli Stati Uniti. Questo dato, benché esatto, non è tuttavia abbastanza significativo. Le persone che potrebbero migliorare il proprio tenore di vita soltanto emigrando nei paesi ricchi sono miliardi. Ma nel 1997 gli Stati Uniti hanno accettato soltanto 737.000 immigranti provenienti dai paesi in via di sviluppo, mentre l'Europa ne ha ammessi circa 665.000. Nel complesso, queste cifre rappresentano solo lo 0,04 per cento di tutti i potenziali immigranti. Non voglio dire con questo che i paesi ricchi dovrebbero abolire qualsiasi restrizione all'immigrazione. Un massiccio afflusso di manodopera a basso costo avrebbe indubbiamente un effetto destabilizzante, e la ragione per cui molti paesi europei hanno ridotto l'immigrazione dai paesi poveri sta nel timore di gravi ripercussioni politiche. Ma resta il fatto che le nazioni ricche, che esaltano il liberalismo e il libero scambio, contraddicono questi stessi principi nel momento in cui limitano la libertà di movimento. Lo stesso vale per le importazioni agricole. Tanto l'Europa quanto il Giappone hanno imposto rigide barriere al commercio agricolo, mentre gli Stati Uniti restano moderatamente protezionisti.

A chi giova l'apertura dei mercati?

La teoria economica dominante fornisce una parziale giustificazione del protezionismo dei paesi ricchi. Le barriere all'immigrazione secondo questa teoria non rappresentano necessariamente un grave handicap per le nazioni povere, in quanto possono essere bilanciate dai flussi di capitali dalle economie industrializzate a quelle in via di sviluppo. In altre parole, i poveri possono fare a meno di cercare fortuna nei paesi ricchi, perché i ricchi contribuiranno con il proprio capitale allo sviluppo dei paesi poveri. Questa era in effetti la situazione prima della Grande Guerra, ma le cose sono cominciate a cambiare dopo la seconda guerra mondiale. La questione dell'investimento diretto, che prevede la fornitura non solo del capitale finanziario ma anche delle tecnologie e del know-how necessari, è in effetti più complicata di quanto non preveda la teoria. Il totale degli investimenti esteri diretti è aumentato in effetti di quasi sette volte fra il 1980 e il 1997, passando dal 4 al 12 per cento del PIL mondiale, ma solo una parte molto esigua di questi investimenti si è diretta verso i paesi più poveri. Nel 1997, circa il 70 per cento degli investimenti esteri è passato da un paese ricco a un altro, otto paesi in via di sviluppo ne hanno ricevuto circa il 20 per cento e solo il rimanente è stato diviso fra oltre 100 nazioni povere. Inoltre, secondo la Banca Mondiale, i paesi più bisognosi di tutti hanno ricevuto meno del 7 per cento dell'investimento estero diretto totale indirizzato ai paesi in via di sviluppo tra il 1992 e il 1998. Contemporaneamente, l'apertura incondizionata dei mercati finanziari dei paesi in via di sviluppo ha dato alle grandi imprese dei sviluppo tra il 1992 e il 1998. Contemporaneamente, l'apertura incondizionata dei mercati finanziari dei paesi in via di sviluppo ha dato alle grandi imprese dei paesi ricchi la possibilità di realizzare dei takeover degni dell'epoca colonialista. Non è un caso che i paesi ricchi insistano per l'apertura dei mercati, vantaggiosa per loro, e siano contrari alla liberalizzazione delle importazioni agricole e dell'immigrazione. Per quel che riguarda le "tigri" asiatiche, poi, la loro forte crescita è dovuta principalmente all'alto tasso di risparmio interno e non all'afflusso di capitali esteri. Fa eccezione Singapore, che ha goduto di una considerevole quantità di investimenti esteri, ma può vantare anche uno dei tassi di risparmio interno più elevati del mondo, oltre a disporre di un governo in grado di dirigere l'impiego di tali risorse. Il suo esempio è stato seguito dalla Cina, che ha raggiunto un tasso di risparmio pari a circa il 40 percento del PIL. Questo fattore, insieme alla creazione del credito interno, ha rappresentato la forza trainante della crescita economica del paese. Le attuali riserve in valuta estera a basso interesse della Cina ammontano a oltre 100 miliardi di dollari e sono le seconde del mondo per importanza.. In poche parole, i mercati globali offrono opportunità a tutti, ma le opportunità non garantiscono i risultati. La maggior parte dei paesi poveri non ha goduto di consistenti afflussi di capitali esteri, né è riuscita a sfruttare vantaggiosamente la maggiore apertura dei mercati. È vero che questi paesi hanno aumentato il volume dei loro scambi commerciali (esportazioni più importazioni) da circa il 35% del PIL nel 1981 a quasi il 50% nel 1997. Ma, a eccezione delle tigri asiatiche, le esportazioni dei paesi in via di sviluppo rappresentano ancora meno del 25 percento delle esportazioni mondiali. Ciò è dovuto anche al fatto che le principali voci di esportazione dei paesi poveri erano rappresentate tradizionalmente dai prodotti del settore primario (agricoltura ed estrazione di minerali), e che l'incidenza di questi beni sul commercio mondiale si è ridotta da circa il 70 per cento nel 1900 a circa il 20 per cento alla fine del secolo. Le opportunità di crescita nel mercato mondiale si sono spostate dai prodotti greggi o semilavorati verso il settore dei manufatti e dei servizi e, all'interno di queste due categorie, verso i segmenti a più alto contenuto di tecnologia e informazione. Ovviamente tale tendenza favorisce i paesi ricchi rispetto a quelli poveri, in quanto questi ultimi svolgono ancora un ruolo marginale in questo tipo di economia. (Anche in questo caso fanno eccezione le tigri asiatiche, che nel 1995 hanno esportato tanti prodotti di alta tecnologia quanto Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna messe insieme, paesi che complessivamente hanno una popolazione tre volte maggiore delle tigri).

L'esempio della storia americana

Per quale motivo la performance dei paesi poveri è così discontinua e non in sintonia con le previsioni teoriche? Il potenziale economico delle nazioni più povere è inibito da barriere sistemiche interne e esterne e l'ostacolo più difficile da superare è quello rappresentato dai difetti del sistema amministrativo e politico. Questi fattori, naturalmente, non rientrano nel quadro dell'analisi economica dominante. Può essere utile in proposito un'analogia con la storia economica degli Stati Uniti, dove agiva in passato una serie di ostacoli di questo tipo. Analogamente al "villaggio globale" attuale, l'economia degli USA prima della Guerra Civile era caratterizzata dalla crescita costante del divario fra i redditi degli Stati del Nord e di quelli del Sud. Una delle cause della secessione dei Confederati e della conseguente guerra civile fu la constatazione da parte del Sud del declino del proprio potere economico e politico, a confronto di un Nord più ricco e popoloso, meta della maggior parte degli immigranti . Nel 1780, metà della popolazione degli Stati Uniti viveva al Nord, ma nel 1860 questa percentuale era salita a due terzi. Nel 1775, i redditi nei cinque stati meridionali originari erano pari a quelli del New England, nonostante il fatto che la ricchezza (schiavi compresi) fosse concentrata al Sud in misura sproporzionata. Entro il 1840 i redditi nell'area nordorientale superavano di circa il 50% quelli degli stati meridionali originari, mentre la rete ferroviaria del Nord era circa del 40% più lunga (e gli investimenti industriali quattro volte superiori) rispetto al Sud. Come ha fatto notare l'economista Robert Fogel, il Sud non era povero: nel 1860 era più ricco di tutti le nazioni europee, fatta eccezione per l'Inghilterra. Ma i redditi al Nord erano comunque molto più alti e in continua crescita. Come si spiega il divario di allora tra i redditi degli Stati del Sud e di quelli nel Nord, pur in presenza di un unico governo, delle stesse leggi e della stessa economia? Fin quasi dall'inizio, la schiavitù e le particolari condizioni geografiche spinsero le colonie meridionali su una strada diversa dal Nord, con un'agricoltura specializzata che favorì le grandi piantagioni rispetto alle piccole fattorie con colture diversificate. Il lavoro forzato era molto più conveniente della manodopera "libera" (a pagamento). Ma mentre il Sud, grazie al lavoro degli schiavi, realizzava economie di scala e conquistava una posizione di vantaggio competitivo nel settore agricolo, che gli permetteva di esportare i suoi prodotti sui mercati mondiali e al Nord, quest'ultimo si assicurava una posizione ancora più avanzata, promuovendo lo sviluppo della classe media, del settore manifatturiero e di una cultura politica e sociale moderna. Alla vigilia del completamento della ferrovia transcontinentale, il Nord era sul punto di conquistare un netto predominio economico-politico e la capacità di bloccare l'ulteriore espansione della schiavitù all'Ovest. Al predominio del Nord (e alla modernizzazione), il Sud preferì la guerra. Sebbene la Costituzione garantisse il libero scambio e il libero movimento dei capitali e della manodopera, di fatto l'istituzione della schiavitù limitava notevolmente la mobilità della forza lavoro nel Sud, producendo un minore sviluppo delle risorse umane, una distribuzione meno egualitaria del reddito, un mercato più ristretto per i prodotti industriali e un'economia meno dinamica. Tanto per gli emigranti europei quanto per il capitale estero, il Sud rappresentava un'alternativa meno attraente. Il Sud stava arretrando, come dimostrava la stagnazione dei redditi negli Stati di più antica costituzione, e la sua situazione di allora può essere paragonata a quella di molti paesi poveri odierni, specialmente quelli dell'America Latina. Per avviare il Sud sulla strada della convergenza economica, furono necessari quattro anni di guerra civile, con 600.000 morti e un'enorme distruzione di ricchezza. Ma questo fu solo il punto di partenza. Con tre emendamenti costituzionali e dodici anni di "ricostruzione" militare si tentò di stabilire anche al Sud l'uguaglianza dei diritti e il "giusto processo". Ma, passato questo periodo, la reintroduzione della segregazione razziale portò al diffondersi della mezzadria, in seguito al rifiuto degli ex-schiavi di tornare al lavoro forzato. La produttività della forza lavoro diminuì a tal punto che nel 1850 i redditi nel Sud erano circa la metà di quelli del Nord. Di fatto la convergenza dei redditi iniziò solo negli anni '40 del Novecento, quando il boom bellico cominciò ad attirare verso le città industriali del Nord gli emigranti meridionali in cerca di migliori salari. Contemporaneamente, iniziarono a giungere al Sud i capitali delle imprese, attirate dai bassi salari, da una diffusa mentalità antisindacale e dalla possibilità di vincere, con l'appoggio dei politici locali, importanti contratti di forniture militari.. Il vero cambiamento, tuttavia, si verificò negli anni '60, quando le nuove leggi del governo federale e l'intervento delle truppe federali imposero al Sud il pieno rispetto dei diritti civili, portando a termine il processo di modernizzazione della regione.

L'eredità del colonialismo

Sebbene la schiavitù sia divenuta oggi piuttosto rara, l'analisi delle cause dello storico divario fra i redditi del Nord e del Sud degli Stati Uniti può aiutarci a comprendere meglio le cause della situazione attuale di molti paesi in via di sviluppo. Negli Stati del Sud, l'intimidazione verso gli elettori, la segregazione razziale e la grande disuguaglianza dei livelli di scolarità rappresentavano la norma e non l'eccezione, e queste stesse tattiche sono impiegate oggi dalle élite di molti paesi poveri. All'epoca dell'arrivo degli europei, in Brasile, Messico e Perù c'era una notevole disponibilità di terre vergini e i redditi in tali paesi corrispondevano grosso modo a quelli del Nord America, almeno fino al 1700. Gli economisti Stanley Engerman e Kenneth Sokoloff hanno sottolineato il fatto che questi Stati, analogamente a quelli della Confederazione, svilupparono un'agricoltura basata sul latifondo e sulle colture per l'esportazione, come lo zucchero e il tabacco. Il Brasile e molte isole dei Caraibi adottarono anche la schiavitù, mentre Perù e Messico fecero affidamento sul lavoro forzato, non degli schiavi africani ma degli indigeni. Gli storici hanno dimostrato che il progresso politico dell'America settentrionale e di molti paesi in via di sviluppo - la maggior parte dei quali fu colonizzata dagli europei, anche se in tempi diversi - fu determinato in gran parte dal tasso di mortalità. Nelle colonie con tassi di mortalità tollerabili (Australia, Canada, Nuova Zelanda e Stati Uniti), i coloni cominciarono ben presto a fare pressioni per ottenere il riconoscimento dei diritti delle persone e della proprietà, secondo il modello inglese. Ma altrove - nella maggior parte dell'Africa, in America Latina, in Indonesia e, in misura minore, in India - i tassi di mortalità per malattia erano talmente elevati che nulla impediva ai pochi residenti europei di sfruttare una classe di lavoratori che non godevano di alcun diritto, non importa se come schiavi o uomini liberi. In queste regioni, il colonialismo fu sostituito dai regimi nati dalle guerre di "liberazione", spesso autoritari e incompetenti, che mantennero il sistema di sfruttamento precedente a vantaggio di una piccola élite locale. Le disuguaglianze esistenti all'interno dei paesi poveri sopravvissero grazie a una politica governativa e a istituzioni che raramente tutelavano i diritti dell'individuo e l'iniziativa privata della maggioranza della popolazione, consentendo alle élites di razziare profitti in tutti i settori dell'economia. Come ha rilevato l'economista Hernando de Soto, i governi dei paesi in via di sviluppo non riconoscono ai cittadini poveri il diritto di proprietà delle loro case o imprese, privandoli così della possibilità di utilizzare i propri beni come garanzia. Le perdite di capitale potenziale in tali paesi hanno ridotto drasticamente nel corso dell'ultimo secolo l'afflusso complessivo di capitali verso le loro economie. L'eredità del colonialismo, inoltre, tende a perpetuare la distribuzione ineguale di reddito, ricchezza e potere politico all'interno di ciascun paese, limitando al tempo stesso la mobilità del capitale. Di conseguenza, nelle economie delle più importanti nazioni in via di sviluppo, come il Brasile, la Cina, l'India, l'Indonesia e il Messico, si registrano notevoli differenze di reddito a seconda delle province, che impediscono tanto al lavoro, quanto al capitale di sfruttare al meglio le proprie potenzialità. Persino in tempi recenti, le élite locali si sono battute per mantenere inalterato questo stato di oppressione in Brasile, El Salvador, Guatemala, Messico, Nicaragua e Perù. L'intimidazione e la violenza hanno costretto i poveri di questi paesi a soggiacere a misure di ordine pubblico ingiuste quanto quelle subite un tempo dai mezzadri negri nel Sud degli Stati Uniti. La modernizzazione e lo sviluppo economico minacciano inevitabilmente la distribuzione del potere e del reddito e le élite dominanti non esitano a impiegare tutto il loro potere per il mantenimento dello statu quo, anche quando ciò comporta l'ulteriore arretramento della società nel suo complesso. Per garantire un governo responsabile e il rispetto della legge non bastano la costituzione, il suffragio universale ed elezioni regolari. È molto probabile che soltanto il diritto di lasciare il paese, ovvero di emigrare, possa costringere in modo pacifico i regimi corrotti e repressivi ad assumersi le proprie responsabilità. A differenza del governo federale degli Stati Uniti, gli organismi multilaterali non possono intervenire legittimamente negli affari interni della maggior parte di questi paesi. La ripresa economica verificatasi in Europa nella seconda metà dell'Ottocento fu favorita dall'emigrazione di 60 milioni di persone verso il Nord America, l'Argentina, il Brasile e l'Australia. Questo flusso migratorio, che interessò circa il 10% della forza lavoro, causò un aumento dei salari europei e un ridimensionamento di quelli dei paesi con penuria di manodopera, quali l'Australia e gli Stati Uniti, che erano cresciuti eccessivamente. Oggi una migrazione di manodopera dai paesi poveri di dimensioni analoghe interesserebbe centinaia di milioni di persone.

Il caso italiano

Come per gli Stati Uniti di un tempo, anche per l'Italia si può parlare di "un paese, due sistemi". Negli ultimi vent'anni, in Italia il reddito pro capite ha raggiunto il livello degli altri paesi europei e nel 1990 ha superato quello della Gran Bretagna e uguagliato quello della Francia, ma il Mezzogiorno non è riuscito a stare al passo. Sebbene nel complesso il reddito degli italiani sia andato avvicinandosi a quello medio dei paesi dell'Unione Europea, il divario fra il reddito del Mezzogiorno e quello delle regioni del Nord ha continuata ad allargarsi. Il reddito meridionale è passato dal 65% della media settentrionale nel 1975 al 56% vent'anni dopo; in Calabria, è sceso al 47% della media settentrionale. La disoccupazione al Sud è salita dall'8% nel 1975 al 19% nel 1995, circa tre volte la media nazionale. In breve, 50 anni di aiuti da parte del governo italiano e della UE non sono riusciti ad arrestare il declino del Mezzogiorno, bensì hanno prodotto regimi locali caratterizzati da un grande aumento degli impieghi nel settore pubblico e dal diffondersi del clientelismo e della corruzione, non diversamente da quanto è accaduto nei paesi in via di sviluppo in conseguenza delle politiche di aiuto. E la modernizzazione è ulteriormente ostacolata dal persistere della mafia. La democrazia, quindi, non è sufficiente a garantire ai cittadini il godimento dei frutti delle loro iniziative. Uno Stato efficiente deve avere buone leggi ed essere in grado di farle rispettare in modo tempestivo, imparziale, senza discriminazioni verso i meno fortunati. In molti paesi, questo obiettivo potrà essere raggiunto solo attraverso un ridimensionamento dei poteri non scritti degli interessi costituiti. Se ciò non è possibile, l'unico rimedio disponibile è l'emigrazione. Ma se l'élite colta ha la possibilità di trasferirsi all'estero, mentre le masse rimangono intrappolate in una società priva di classe dirigente, le difficoltà che queste ultime dovranno affrontare per attuare cambiamenti a livello politico e istituzionale saranno ancora più formidabili. Sebbene in Italia si continui a emigrare dal Sud al Nord, le dimensioni del fenomeno si sono ridotte, in parte grazie a una generosa politica di trasferimenti, che consente ai meridionali di consumare quasi quanto i settentrionali. Inoltre la politica per il Mezzogiorno continua a essere decisa in gran parte a Roma. Le barriere all'immigrazione innalzate dai paesi ricchi non solo impediscono a miliardi di persone indigenti di sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione, ma contribuiscono a mantenere in piedi numerosi regimi pseudodemocratici e repressivi, negando ai loro cittadini il diritto di manifestare il proprio dissenso emigrando all'estero. Di fatto, il rigido rispetto della sovranità nazionale consente alle nazioni ricche di continuare a stabilire le regole a proprio vantaggio, permettendo contemporaneamente ai cattivi governi dei paesi poveri di continuare a maltrattare i propri cittadini e a ritardarne lo sviluppo economico.

Sviluppo economico e istituzioni

Secondo la teoria economica, i paesi in via di sviluppo creeranno spontaneamente le istituzioni necessarie a sostenere le proprie economie, in modo da permettere alle loro imprese e ai loro mercati di competere alla pari con quelli dei paesi ricchi. Ma la realtà è molto più complessa della teoria. Per esempio, dall'analisi di de Soto risulta evidente che l'impiego efficiente delle risorse interne può garantire alla maggior parte dei paesi in via di sviluppo una disponibilità di capitali molto maggiore dell'intervento estero. Ciò nonostante, i sostenitori della teoria economica dominante, e i loro modelli formali, per lo più ignorano il valore di queste risorse. Allo stesso modo, i consiglieri economici occidentali in Russia sono stati fuorviati dalla fiducia in un modello economico calato dall'alto, privo di un contesto istituzionale e di una prospettiva storica. Negli ultimi anni gli economisti si sono affannati a correggere alcuni di questi errori e oggi il "consenso di Washington", oltre all'adozione di misure di liberalizzazione dei prezzi, presuppone anche l'adeguamento istituzionale . Ma nel campo dell'analisi delle istituzioni, non esistono molte teorie utili per la definizione delle strategie politiche e i lacunosi apparati istituzionali della maggior parte dei paesi in via di sviluppo lasciano via libera a modelli economici che perseguono obiettivi poco realistici, per non dire peggio. L'adeguamento istituzionale favorisce inevitabilmente certi attori e ne ostacola altri; di conseguenza, la modernizzazione provoca tensioni che devono essere risolte sul piano politico, oltre che su quello economico. Come minimo, il successo delle politiche di sviluppo implica la vittoria delle forze favorevoli al cambiamento istituzionale sui rappresentanti dello status quo. La creazione di un "terreno di gioco neutrale" è il segno di un corretto governo della competizione politica e istituzionale. Gli economisti che ipotizzano che per raggiungere i livelli di reddito occidentali tutti i paesi debbano adottare le istituzioni occidentali , spesso dimenticano di prendere in considerazione i cambiamenti e i rischi politici che tale processo comporta. Gli esperti che consigliavano i paesi ex comunisti di sottoporsi a una "terapia d'urto" non tenevano conto delle questioni politiche e normative implicite nel processo. L'approvazione politica di ogni singola modifica richiede sia una vittoria sul "mercato elettorale", sia un'efficace opera di persuasione all'interno della burocrazia statale. I paesi con redditi e livelli di scolarità più bassi della Russia devono affrontare difficoltà persino maggiori anche solo per raggiungere una certa stabilità economica, per non parlare della capacità di attirare gli investimenti esteri o di utilizzarli efficacemente. Il maggiore ostacolo allo sviluppo è rappresentato non dalla scarsità di capitali, bensì dalle carenze istituzionali, che devono essere risolte per riuscire ad attirare gli investitori stranieri. Sebbene sia possibile attuare rapidamente la liberalizzazione dei prezzi, non esiste un metodo rapido per modernizzare le istituzioni, se si esclude la rivoluzione. Anche se si deve riconoscere a Boris Eltsin il merito di aver portato a termine una svolta significativa, se non un vero e proprio colpo di Stato, il suo stravagante metodo di gestione e la mancanza di sostegno parlamentare hanno minato inesorabilmente la solidità del governo. Date le circostanze, prima della privatizzazione di massa si sarebbe dovuto aiutare il nuovo regime russo a garantire il rispetto delle leggi. L'introduzione istantanea del capitalismo in un paese in cui nessuno, tranne gli apparatchik, aveva accesso a grandi capitali, poteva risolversi solo nel trionfo della criminalità e nella perdita di credibilità del sistema. L'ingenuità dei modelli economici si riflette nell'ingenuità delle scelte politiche consigliate.

Alle origini del primato europeo

L'importanza del ruolo dello Stato appare evidente nello sviluppo economico del mondo occidentale. La supremazia economica europea non fu il risultato dell'applicazione del modello del "consenso di Washington" ma l'opera di potenti apparati statali. Nel XV secolo, i redditi europei non erano molto più elevati di quelli della Cina, dell'India o del Giappone. Lo stato nazionale, un'invenzione europea, soppiantò il feudalesimo e impose lo Stato di diritto, che a sua volta determinò la definizione di una struttura normativa volta ad assicurare l'efficienza dei mercati. Una volta ottenuto il primato, questi paesi continuarono ad aumentare il loro margine di vantaggio grazie all'innovazione tecnologica. I coloni europei, inoltre, portarono con sé i frutti del progresso e della civiltà dei loro paesi di origine nei territori dell'America del Nord e del Pacifico meridionale, che entrarono rapidamente a far parte del ristretto novero dei paesi ricchi. Il predominio iniziale dell'Europa, quindi, rappresentò il punto di partenza per l'acquisizione di ulteriori vantaggi con importantissime conseguenze. L'ascesa dell'Europa verso la supremazia economica fu dapprima piuttosto lenta. Secondo l'economista Angus Maddison, fino al 1700 l'economia europea crebbe a un tasso annuo di circa lo 0,07%, e solo dopo il 1820 raggiunse l'uno per cento; ma dal quel momento le innovazioni tecnologiche e istituzionali si susseguirono a un ritmo più serrato. Nel frattempo, l'apertura di nuovi mercati in Africa, in Asia e nelle Americhe generò nuove opportunità economiche. Le forze politiche laiche posero fine all'egemonia della Chiesa Cattolica. Il feudalesimo, messo in crisi dall'aumento dei redditi, fu soppiantato da un sistema di finanziamento del governo basato sull'imposizione fiscale, che aumentò la disponibilità di terra e di manodopera sul mercato. Ciò consentì una migliore ridistribuzione di questi due fattori, promuovendo ulteriormente l'aumento dei redditi. L'istituzione di diritti di proprietà effettivi permise agli individui di godere dei frutti della propria attività, incoraggiando di conseguenza l'iniziativa privata. Infine, la privatizzazione delle terre comuni facilitò il disboscamento di nuove aree. La nascita degli Stati nazionali contribuì in vari modi a questo rinnovamento: allargò i mercati espandendo il territorio; ridusse i costi delle operazioni commerciali; unificò le monete e le unità di peso e di misura; infine ridusse drasticamente i costi di trasporto migliorando le strade, i porti e i canali. Inoltre, lo Stato era anche il garante dei diritti di proprietà. Il sistema statale europeo prosperò con l'aiuto di alleanze flessibili, continuamente ridefinite per mantenere gli equilibri di potere. La rivalità militare ed economica spinse i diversi Stati a promuovere non solo lo sviluppo dell'agricoltura e del commercio, ma anche le innovazioni tecnologiche, per esempio per quel che riguarda le armi e la flotta mercantile. Il fatto che nessuno Stato e nessuna Chiesa fosse in grado di esercitare un'egemonia assoluta permise la diffusione e la laicizzazione della tecnologia. Per esempio, con l'invenzione degli orologi, la misurazione del tempo passò dal monastero alla torre dell'orologio del villaggio; il torchio ebbe lo stesso effetto sulla produzione e la distribuzione dei libri.

Il ruolo della laicità e dello Stato di diritto

Lo sviluppo dell'Europa è in netto contrasto con quello dell'Asia. Agli inizi dell'era moderna, la Cina si considerava il centro del mondo, senza veri rivali. Aveva una popolazione molto più numerosa dell'Europa e un mercato molto più grande. Sebbene i cinesi siano stati i primi a utilizzare il ferro e a inventare l'orologio, il torchio da stampa e la polvere da sparo, la mancanza di una concorrenza esterna finì per rallentare lo sviluppo economico del paese. Nel frattempo, il Giappone si chiuse in se stesso sottraendosi a tutte le influenze esterne per oltre 200 anni, mentre nel subcontinente indiano, dove esisteva un'accesa concorrenza interna, non si sviluppò mai un vero e proprio Stato nazionale fino all'epoca del colonialismo. Gli europei furono anche i primi a instaurare governi responsabili - un risultato che non fu ottenuto facilmente, né tanto meno in modo pacifico. La maggior parte degli Stati europei arrivò a considerare un vero e proprio dovere dell'autorità sovrana (monarca o parlamento che fosse) la protezione dei sudditi e della proprietà in cambio del pagamento delle tasse e dell'arruolamento nell'esercito. I sovrani degli imperi Qing, Moghul e ottomano, al contrario, non riconobbero mai responsabilità analoghe nei confronti dei propri sudditi. Nel Medioevo, l'Italia vide il sorgere di numerose città-stato, con un assetto che può essere definito di tipo democratico, e nel XVI secolo in Olanda fu fondata la prima repubblica moderna, dopo un secolo di rivolte e di guerre contro la Spagna. L'Inghilterra divenne una monarchia costituzionale nel 1689, dopo due rivoluzioni. La Francia adottò una forma di governo responsabile nel XIX secolo, dopo una sanguinosa rivoluzione e una dittatura. Dopo la guerra dei Trent'anni, l'Europa si fece anche promotrice della separazione fra Stato e Chiesa, un passo essenziale verso la libertà di ricerca e l'adozione del metodo scientifico. Lo Stato laico, a sua volta, creò i presupposti per il capitalismo e la sua "distruzione creativa". La distruzione creativa non avrebbe mai potuto diventare la norma finché fosse stato concesso all'autorità religiosa il potere di giustiziare come eretico chiunque intraprendesse un'attività accusata di turbare lo status quo. Dopo la Riforma, gli europei si accorsero ben presto dell'importanza di un altro principio fondamentale del capitalismo: il ruolo dell'interesse come rendita del capitale impiegato. Per lo sviluppo del capitalismo era necessario che i leader politici consentissero ai privati di detenere il potere oltre che la ricchezza; a sua volta, il potere passò dalla nobiltà rurale ai mercanti delle città. Gli Stati europei favorirono inoltre lo sviluppo delle banche, delle compagnie di assicurazione e dei mercati azionari. Il "lievito" di questa ricetta è il principio che le risorse della società possono essere allocate tanto dalle istituzioni private quanto da quelle statali, un'idea con profonde implicazioni sociali, politiche ed economiche nel mondo odierno. Per promuovere lo sviluppo economico, gran parte delle maggiori potenze europee non si limitò a fare affidamento sull'iniziativa privata ma ricorse al mercantilismo, una strategia politica che, da una parte, impiegava il potere dello Stato per realizzare un sistema commerciale atto a incrementare il reddito nazionale, e dall'altra permetteva al governo di rafforzare il proprio potere con l'imposizione di tasse supplementari. Si trattava di un sistema che, in genere, funzionava, sebbene in qualche caso avesse come effetto collaterale la corruzione. Il primo Stato ad adottare questa politica fu Venezia, fra il 1000 e il 1500, seguita dagli olandesi nel XVI e XVII secolo. Il primato passò all'Inghilterra nel XVIII secolo. In Inghilterra, come altrove, allo sviluppo delle esportazioni promosso dal mercantilismo fece riscontro un drastico incremento della spesa statale e dell'occupazione (specialmente nella marina militare), come pure del "capitalismo nepotistico". Dopo la seconda guerra mondiale, il Giappone, la Corea del Sud, Singapore e Taiwan adottarono questi metodi di sviluppo dell'esportazione con uguale successo. Ma oggi tali strategie sono condannate e ritenute una violazione delle norme per il commercio in tutto il mondo, anche nel caso dei paesi poveri. Nell'ascesa dell'Europa svolsero un ruolo essenziale anche le caratteristiche geografiche: clima temperato, fiumi navigabili, coste accessibili e confini facilmente difendibili. In Europa, inoltre, mancavano le condizioni per la produzione di merci che richiedono molta manodopera (come il caffè, il cotone, lo zucchero e il tabacco), produzione che avrebbe potuto portare all'istituzione della schiavitù. L'agricoltura europea, come quella dell'America del Nord, era per lo più su piccola scala, diversificata e priva di un complesso sistema di irrigazione. L'ascesa dell'Europa, quindi, fu dovuta in parte alla creazione e diffusione di innovazioni tecnologiche e alla graduale accumulazione di capitale; le cause fondamentali, tuttavia, furono sociali e politiche. La nascita degli Stati nazionali e la rivalità tra le nazioni europee portarono all'affermazione del principio della responsabilità dei governi. Tra i fattori che favorirono la trasformazione dell'Europa vi furono anche l'illuminismo scientifico e la mobilità sociale, stimolate da una sana competizione. In molti degli paesi in via di sviluppo questi presupposti essenziali della trasformazione economica sono tuttora assenti.

Quali modelli per uscire dal sottosviluppo?

La globalizzazione offre delle opportunità a tutte le nazioni, ma la maggior parte dei paesi in via di sviluppo si trovano in una posizione troppo svantaggiata per poterle sfruttare. Il clima malarico, l'accesso limitato ai fiumi navigabili, la grande distanza dai mercati principali e la crescita incontrollata della popolazione sono solo parte del problema. Si tratta di svantaggi gravi, ma mai gravi quanto la mediocrità dei governi. Un sano realismo politico richiederebbe che i governi deboli dimostrassero in primo luogo di essere in grado di migliorare la gestione degli affari interni dei loro paesi, prima di manifestare ambizioni strategiche. Ma quali modelli dovrebbero adottare per recuperare il terreno perduto? Prima degli anni '80 del Novecento, la strategia di sviluppo economico più diffusa consisteva nel sostituire le importazioni con beni di produzione nazionale. Ma questo orientamento centripeto ha impedito ai paesi che l'hanno adottato di sfruttare le nuove opportunità globali e a lungo andare li ha condotti in un vicolo cieco. Sebbene gli Stati Uniti abbiamo impiegato con successo una strategia simile dal 1790 fino al 1940, oggi nessun paese in via di sviluppo dispone di un mercato interno abbastanza grande da sostenere un'economia moderna. L'altro modello di sviluppo che si è dimostrato efficace è stato il mercantilismo europeo e in particolare la promozione delle esportazioni, modello adottato fra i primi da Venezia, dalla Repubblica olandese, dall'Inghilterra e dalla Germania. Quasi tutte le storie a lieto fine dell'Asia orientale, compresa la Cina, sono versioni moderne di questa forma di mercantilismo orientata alle esportazioni. Oggi, il libero scambio resta il modello preferito dai paesi ricchi, in quanto consente la decentralizzazione delle iniziative volte a individuare le opportunità di mercato future, ma non è detto che tale modello rappresenti il modo migliore di promuovere lo sviluppo. L'Inghilterra adottò il libero scambio non prima del 1840, molto tempo dopo essere diventata la prima potenza industriale del mondo. L'abbattimento delle barriere commerciali è una ricetta che può contribuire a evitare l'adozione di strategie ancora peggiori da parte di governanti non all'altezza del loro compito, ma il modello del "consenso di Washington" avvantaggia comunque quelli che sono in testa piuttosto che quelli rimasti indietro. D'altra parte il moderno capitalismo diffuso minaccia i paesi poveri anche in altri modi, anzitutto aumentando i compensi per i dirigenti più abili, e in secondo luogo subordinando tutte le attività a quelle che garantiscono agli azionisti il massimo profitto. Si calcola che nel 1970 i dirigenti aziendali americani guadagnassero 30 volte il salario di un lavoratore medio, mentre oggi guadagnano 450 volte tanto. Nei paesi in via di sviluppo più avanzati, questo rapporto è ancora inferiore a 50. Un aumento analogo dei compensi dei dirigenti nei paesi in via di sviluppo, in nome della libertà del mercato, non farebbe che aggravare il divario dei redditi e fornire altri argomenti ai politici populisti. Inoltre, il capitalismo diffuso pone al centro delle strategie manageriali gli interessi degli azionisti, anche qualora ciò comporti l'abbandono di attività che compensano le lacune del mercato locale. Una delle principali banche sudafricane non ha esitato a mandare in rovina quasi un milione di piccoli risparmiatori, per la maggior parte neri, allo scopo di aumentare l'utile azionario. Non sarebbe giusto che questa banca, come le sue controparti americane, avesse l'obbligo di curare gli interessi della comunità, ivi compresa la popolazione nera, in cambio dell'autorizzazione a operare? Le nazioni povere hanno dunque di fronte a sé il difficile compito di rendere più efficienti le istituzioni e gli apparati burocratici, nonostante i bassi stipendi dei lavoratori statali e la resistenza dei ceti più tutelati. È vero, come ha fatto notare il giornalista Thomas Friedman, che gli operatori del mercato valutario possono deprezzare le valute dei paesi mal gestiti, costringendo i loro governi a limitare il deficit fiscale e ad adottare una politica monetaria più rigorosa. Ma le pressioni valutarie non hanno molta influenza sui sistemi feudali in Pakistan e Arabia Saudita, sulle teocrazie in Afghanistan e in Iran o sulle cleptocrazie in Kenya e nel Messico meridionale. Le forze che agiscono sui mercati finanziari non impediranno agli abusivi brasiliani di occupare i "terreni pubblici" o le bidonvilles di Rio de Janeiro o São Paulo, né riusciranno a richiamare all'ordine i proprietari terrieri e i vigilantes in lotta per il controllo dello stato indiano del Bihar. Solo governi forti e responsabili possono riuscire in questo intento.

Per un approccio pragmatico

In conclusione, non è possibile rappresentare l'economia globale come un processo da cui tutti usciranno alla fine vincitori. Le persone che guadagnano meno di un dollaro al giorno sono oggi circa un miliardo e il loro numero continua ad aumentare. Sebbene esistano le risorse economiche necessarie a migliorare questa situazione, manca ancora la volontà politica e amministrativa di tradurre in realtà il potenziale di tali risorse. È necessario sia fare pressione sui governi delle nazioni in via di sviluppo per l'attuazione di riforme amministrative e costituzionali, sia fornire a questi paesi l'aiuto di cui hanno bisogno. Ma il principio della sovranità nazionale rischia di vanificare l'efficacia di una pressione esterna, mentre le barriere all'immigrazione privano l'opposizione interna di uno dei principali strumenti di pressione. E il "consenso di Washington" riguardo all'universalità del modello proposto dai paesi ricchi è semplicistico e interessato. Il mondo ha bisogno di un approccio più pragmatico, diverso da un paese all'altro. Si dovrebbe permettere alle nazioni povere di fare quello che hanno fatto gli attuali paesi sviluppati per raggiungere la loro posizione dominante e non costringerle ad adottare un atteggiamento di laissez-faire. L'iniziativa, comunque, deve partire principalmente dai paesi poveri e non da quelli ricchi. Negli ultimi cinquant'anni, la Cina, l'India e l'Indonesia sono state all'avanguardia nella riduzione dei livelli di povertà. In Cina, per creare uno stato e un'economia stabile ci sono volute una guerra civile e una rivoluzione, con decine di milioni di morti; nel 1978, quello che di fatto è stato un vero e proprio colpo di Stato ha provocato un cambiamento positivo ai vertici del paese. Fondamentalmente le riforme in Cina sono state prodotte da forze politiche interne, e il loro successo è dipeso non solo dall'apertura dei mercati ma anche da un migliore impiego delle risorse. L'ex Unione Sovietica e l'Africa si situano all'estremo opposto dello spettro. Il declino dei redditi in questi paesi nasce dalla loro incapacità di dotarsi di governi efficienti e in grado di assicurare il mantenimento dello Stato di diritto. È lecito quindi ipotizzare che, nel prossimo secolo, alcuni Stati vadano incontro a una fase di ulteriore declino economico. Argentina, Colombia, Indonesia e Pakistan sono i candidati più probabili, ma anche altre nazioni potrebbero risentire a livello regionale degli insuccessi della loro politica interna, come, per esempio, lo stato indiano del Bihar. L'aumento dei redditi dipende in grande misura dalle capacità legislative, amministrative e politiche dei diversi attori della vita pubblica negli Stati sovrani. Ecco perché, in ultima analisi, gli aiuti e i consigli economici esterni non devono restare legati a modelli formali ma devono adeguarsi al contesto politico e sociale specifico del singolo paese.

 

 

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