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Secondo la
teoria economica dominante, la globalizzazione dovrebbe
condurre a un aumento del reddito medio in tutto il
mondo. L'ampliamento del mercato consentirebbe alle
imprese di incrementare le economie di scala e ai paesi
poveri di crescere più rapidamente di quelli ricchi,
dando luogo a una convergenza dei redditi. In
quest'ottica, in cui non ci sono vinti ma solo
vincitori, gli stati nazionali perdono di importanza a
fronte dell'espandersi del "villaggio globale" e
dell'affermarsi dell'integrazione dei mercati e della
prosperità. Ma i fatti ci mostrano un quadro ben
diverso. Se da una parte il reddito medio è
effettivamente aumentato, dall'altra è aumentato anche
il divario fra i livelli di reddito dei paesi ricchi e
di quelli poveri. Entrambe le tendenze sono in atto da
oltre 200 anni, ma il miglioramento delle comunicazioni
internazionali ha aumentato la consapevolezza della
disuguaglianza dei redditi nei paesi poveri e di
conseguenza la spinta all'emigrazione. Per reazione, le
nazioni industrializzate hanno innalzato barriere ancora
più rigide contro l'immigrazione, tanto che oggi
l'economia mondiale somiglia più a un "ghetto di lusso"
che a un villaggio globale. E, nonostante l'apertura dei
mercati commerciali e finanziari internazionali a
partire dalla seconda guerra mondiale e l'esistenza
degli odierni organismi multilaterali che regolamentano
e controllano l'andamento dell'economia mondiale, la
disuguaglianza economica fra le diverse nazioni continua
ad aumentare. Circa due miliardi di persone guadagnano
meno di due dollari al giorno.
Il punto
debole del "consenso di Washington"
A prima vista,
le cause di questa divergenza fra teoria economica e
realtà sono due. In primo luogo, i paesi ricchi
insistono a imporre barriere all'immigrazione e
all'importazione di prodotti agricoli. In secondo luogo,
l'inefficienza delle autorità locali ha impedito alla
maggior parte dei paesi poveri di attrarre i capitali
stranieri in quantità sufficiente. Questi due problemi
sono strettamente collegati: impedendo loro di
abbandonare il proprio paese, le barriere
all'immigrazione negano agli abitanti delle nazioni mal
governate la possibilità di migliorare la propria
condizione attraverso l'emigrazione. A sua volta,
l'immobilità elimina una fonte potenziale di pressione
sui governi inefficienti, facilitandone la
sopravvivenza. Vista la scarsa probabilità di una
riduzione significativa delle barriere alle importazioni
agricole e all'immigrazione da parte dei paesi ricchi,
questi ultimi dovrebbero almeno riconoscere che le loro
scelte politiche sono una delle cause fondamentali della
disuguaglianza economica. E dato che la maggior parte
dei paesi in via di sviluppo riceve scarsi investimenti
esteri, le nazioni prospere dovrebbero prendere atto
dell'erroneità del cosiddetto "consenso di Washington",
come viene definita la dottrina che dà per scontato che
la liberalizzazione dei mercati porterà alla convergenza
economica. Se giungessero a riconoscere questi dati di
fatto, i paesi ricchi dovrebbero ammettere che non
sempre le loro particolari strategie economiche
rappresentano la soluzione migliore per tutti gli altri
e quindi la necessità di lasciare ai paesi meno
sviluppati una maggiore libertà nell'adattare le
strategie di sviluppo alle proprie esigenze specifiche.
In quest'ottica più pragmatica, lo Stato verrebbe ad
assumere un ruolo fondamentale. Perché economisti e
politici occidentali non sono giunti tempestivamente a
queste conclusioni? Perché, essendo le barriere
innalzate dai paesi ricchi considerate di vitale
importanza per la loro stabilità politica, i leader di
questi paesi hanno preferito trascurarne l'importanza,
concentrando la propria attenzione su quella parte
dell'economia globale che è stata liberalizzata. E
d'altra parte il potere politico di questi paesi
all'interno degli organismi multilaterali impedisce alle
nazioni in via di sviluppo di mettere in discussione
questa visione del mondo, confacente alle esigenze delle
nazioni ricche. Ma la stessa teoria economica ha
ignorato l'importanza determinante del fattore
istituzionale nella modernizzazione dell'economia,
presupponendo erroneamente che i prezzi determinati dal
mercato servano di per sé a distribuire le risorse in
modo appropriato. Il fallimento delle riforme in Russia
ha imposto un tardivo riesame di questa cieca fiducia
nei mercati. Oggi molti osservatori ammettono che la
transizione all'economia di mercato non può basarsi solo
sulla liberalizzazione dei prezzi ma richiederebbe anche
un'adeguata regolamentazione del diritto di proprietà e
la presenza di uno Stato efficiente in grado di
garantirne il rispetto. La liberalizzazione senza
diritti di proprietà, infatti, ha dimostrato di essere
la strada che porta al gangsterismo, non al capitalismo.
Nella fase di transizione la Cina, che possiede uno
Stato molto più efficiente di quello russo, ha raggiunto
risultati molto migliori, nonostante la lentezza con cui
il governo di Pechino ha affrontato i processi di
liberalizzazione e privatizzazione. Lo sviluppo
economico ha bisogno della trasformazione delle
istituzioni quanto della liberalizzazione dei prezzi,
che a sua volta richiede sia la modernizzazione politica
e sociale, sia le riforme economiche. In questo processo
lo Stato deve svolgere un ruolo fondamentale, in quanto
condiziona la realizzazione delle strategie di sviluppo.
Le pressioni esercitate dai mercati finanziari possono
imporre una certa disciplina fiscale e monetaria, ma non
saranno le forze che agiscono sui mercati ad aumentare
l'efficienza dei governi dei paesi in via di sviluppo. E
in un mondo ancora regolato dai "diritti statali", il
vero progresso verso la formazione di governi
responsabili richiederà l'adozione di riforme che vadano
oltre i mandati degli organismi
multilaterali.
I flussi della ricchezza e
quelli dell'immigrazione
In teoria, la
globalizzazione dovrebbe portare a un miglioramento dei
livelli di reddito, aumentando la specializzazione
produttiva e il commercio. Questa possibilità è tuttavia
subordinata alle dimensioni dei mercati in questione,
che a loro volta dipendono dalla posizione geografica,
dai costi di trasporto, dalle reti di comunicazione e
dalle istituzioni di ciascun paese. Il libero scambio
aumenta non solo le dimensioni del mercato ma anche la
necessità di migliorare l'efficienza economica. A
sfruttare i vantaggi delle nuove opportunità di
sopravvivenza e di prosperità offerte dal mercato sono i
soggetti più competitivi. Secondo le previsioni
dell'economia neoclassica, in un libero mercato globale
i paesi poveri dovrebbero crescere più rapidamente di
quelli ricchi. Il capitale delle nazioni ricche in cerca
di manodopera meno costosa dovrebbe affluire alle
economie più povere, mentre la manodopera dovrebbe
emigrare dalle aree a basso reddito verso quelle con
salari più alti. Di conseguenza, il costo del lavoro e
il costo del denaro (e a lungo andare anche i redditi)
nelle aree povere dovrebbero uniformarsi a quelli delle
zone più ricche. La storia economica degli Stati Uniti
dimostra che questa teoria può trovare riscontro
soltanto in un clima di libero scambio sostenuto da
strutture istituzionali adeguate. È così che dal 1880 si
è verificata una notevole convergenza dei redditi tra le
varie regioni del paese. L'Unione Europea ha vissuto un
fenomeno analogo, con l'eccezione della Grecia e del
Mezzogiorno d'Italia. Ciò che conta è che sia negli
Stati Uniti che nella UE il libero scambio interno è
accompagnato da una piena mobilità del lavoro e dei
capitali. Ma il resto del mondo non corrisponde a questo
modello. L'ultimo rapporto sui paesi in via di sviluppo
rivela che tra il 1970 e il 1995 il reddito pro-capite
reale nel terzo del mondo comprendente i paesi più
ricchi è aumentato dell'1,9 per cento all'anno, mentre
nel terzo del mondo che rappresenta la fascia media è
cresciuto solo dello 0,7 per cento e nel terzo più
povero non è aumentato affatto. Soltanto nelle nazioni
industrializzate dell'Occidente e in Giappone i redditi
medi reali sono aumentati di circa il 2,5% l'anno dal
1950 a oggi, un dato che rende ancora più evidente
l'aumento della forbice dei redditi a livello mondiale.
Questi paesi ricchi rappresentano infatti circa il 60
per cento del PIL del mondo, ma soltanto il 15 per cento
della popolazione. Per quale motivo i paesi poveri
rimangono sempre più indietro? Uno dei motivi principali
è che, a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale,
la maggior parte dei paesi ricchi ha fortemente limitato
l'afflusso di manodopera internazionale nei propri
mercati. Di conseguenza i lavoratori non specializzati
non sono liberi di trasferirsi all'estero in cerca di
occupazioni più remunerative. Dal punto di vista
americano o europeo, l'immigrazione sembra essere
aumentata negli ultimi anni, toccando addirittura i
livelli massimi registrati un secolo fa negli Stati
Uniti. Questo dato, benché esatto, non è tuttavia
abbastanza significativo. Le persone che potrebbero
migliorare il proprio tenore di vita soltanto emigrando
nei paesi ricchi sono miliardi. Ma nel 1997 gli Stati
Uniti hanno accettato soltanto 737.000 immigranti
provenienti dai paesi in via di sviluppo, mentre
l'Europa ne ha ammessi circa 665.000. Nel complesso,
queste cifre rappresentano solo lo 0,04 per cento di
tutti i potenziali immigranti. Non voglio dire con
questo che i paesi ricchi dovrebbero abolire qualsiasi
restrizione all'immigrazione. Un massiccio afflusso di
manodopera a basso costo avrebbe indubbiamente un
effetto destabilizzante, e la ragione per cui molti
paesi europei hanno ridotto l'immigrazione dai paesi
poveri sta nel timore di gravi ripercussioni politiche.
Ma resta il fatto che le nazioni ricche, che esaltano il
liberalismo e il libero scambio, contraddicono questi
stessi principi nel momento in cui limitano la libertà
di movimento. Lo stesso vale per le importazioni
agricole. Tanto l'Europa quanto il Giappone hanno
imposto rigide barriere al commercio agricolo, mentre
gli Stati Uniti restano moderatamente
protezionisti.
A chi giova
l'apertura dei mercati?
La teoria
economica dominante fornisce una parziale
giustificazione del protezionismo dei paesi ricchi. Le
barriere all'immigrazione secondo questa teoria non
rappresentano necessariamente un grave handicap per le
nazioni povere, in quanto possono essere bilanciate dai
flussi di capitali dalle economie industrializzate a
quelle in via di sviluppo. In altre parole, i poveri
possono fare a meno di cercare fortuna nei paesi ricchi,
perché i ricchi contribuiranno con il proprio capitale
allo sviluppo dei paesi poveri. Questa era in effetti la
situazione prima della Grande Guerra, ma le cose sono
cominciate a cambiare dopo la seconda guerra mondiale.
La questione dell'investimento diretto, che prevede la
fornitura non solo del capitale finanziario ma anche
delle tecnologie e del know-how necessari, è in effetti
più complicata di quanto non preveda la teoria. Il
totale degli investimenti esteri diretti è aumentato in
effetti di quasi sette volte fra il 1980 e il 1997,
passando dal 4 al 12 per cento del PIL mondiale, ma solo
una parte molto esigua di questi investimenti si è
diretta verso i paesi più poveri. Nel 1997, circa il 70
per cento degli investimenti esteri è passato da un
paese ricco a un altro, otto paesi in via di sviluppo ne
hanno ricevuto circa il 20 per cento e solo il rimanente
è stato diviso fra oltre 100 nazioni povere. Inoltre,
secondo la Banca Mondiale, i paesi più bisognosi di
tutti hanno ricevuto meno del 7 per cento
dell'investimento estero diretto totale indirizzato ai
paesi in via di sviluppo tra il 1992 e il 1998.
Contemporaneamente, l'apertura incondizionata dei
mercati finanziari dei paesi in via di sviluppo ha dato
alle grandi imprese dei sviluppo tra il 1992 e il 1998.
Contemporaneamente, l'apertura incondizionata dei
mercati finanziari dei paesi in via di sviluppo ha dato
alle grandi imprese dei paesi ricchi la possibilità di
realizzare dei takeover degni dell'epoca colonialista.
Non è un caso che i paesi ricchi insistano per
l'apertura dei mercati, vantaggiosa per loro, e siano
contrari alla liberalizzazione delle importazioni
agricole e dell'immigrazione. Per quel che riguarda le
"tigri" asiatiche, poi, la loro forte crescita è dovuta
principalmente all'alto tasso di risparmio interno e non
all'afflusso di capitali esteri. Fa eccezione Singapore,
che ha goduto di una considerevole quantità di
investimenti esteri, ma può vantare anche uno dei tassi
di risparmio interno più elevati del mondo, oltre a
disporre di un governo in grado di dirigere l'impiego di
tali risorse. Il suo esempio è stato seguito dalla Cina,
che ha raggiunto un tasso di risparmio pari a circa il
40 percento del PIL. Questo fattore, insieme alla
creazione del credito interno, ha rappresentato la forza
trainante della crescita economica del paese. Le attuali
riserve in valuta estera a basso interesse della Cina
ammontano a oltre 100 miliardi di dollari e sono le
seconde del mondo per importanza.. In poche parole, i
mercati globali offrono opportunità a tutti, ma le
opportunità non garantiscono i risultati. La maggior
parte dei paesi poveri non ha goduto di consistenti
afflussi di capitali esteri, né è riuscita a sfruttare
vantaggiosamente la maggiore apertura dei mercati. È
vero che questi paesi hanno aumentato il volume dei loro
scambi commerciali (esportazioni più importazioni) da
circa il 35% del PIL nel 1981 a quasi il 50% nel 1997.
Ma, a eccezione delle tigri asiatiche, le esportazioni
dei paesi in via di sviluppo rappresentano ancora meno
del 25 percento delle esportazioni mondiali. Ciò è
dovuto anche al fatto che le principali voci di
esportazione dei paesi poveri erano rappresentate
tradizionalmente dai prodotti del settore primario
(agricoltura ed estrazione di minerali), e che
l'incidenza di questi beni sul commercio mondiale si è
ridotta da circa il 70 per cento nel 1900 a circa il 20
per cento alla fine del secolo. Le opportunità di
crescita nel mercato mondiale si sono spostate dai
prodotti greggi o semilavorati verso il settore dei
manufatti e dei servizi e, all'interno di queste due
categorie, verso i segmenti a più alto contenuto di
tecnologia e informazione. Ovviamente tale tendenza
favorisce i paesi ricchi rispetto a quelli poveri, in
quanto questi ultimi svolgono ancora un ruolo marginale
in questo tipo di economia. (Anche in questo caso fanno
eccezione le tigri asiatiche, che nel 1995 hanno
esportato tanti prodotti di alta tecnologia quanto
Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna messe insieme,
paesi che complessivamente hanno una popolazione tre
volte maggiore delle tigri).
L'esempio della
storia americana
Per quale motivo
la performance dei paesi poveri è così discontinua e non
in sintonia con le previsioni teoriche? Il potenziale
economico delle nazioni più povere è inibito da barriere
sistemiche interne e esterne e l'ostacolo più difficile
da superare è quello rappresentato dai difetti del
sistema amministrativo e politico. Questi fattori,
naturalmente, non rientrano nel quadro dell'analisi
economica dominante. Può essere utile in proposito
un'analogia con la storia economica degli Stati Uniti,
dove agiva in passato una serie di ostacoli di questo
tipo. Analogamente al "villaggio globale" attuale,
l'economia degli USA prima della Guerra Civile era
caratterizzata dalla crescita costante del divario fra i
redditi degli Stati del Nord e di quelli del Sud. Una
delle cause della secessione dei Confederati e della
conseguente guerra civile fu la constatazione da parte
del Sud del declino del proprio potere economico e
politico, a confronto di un Nord più ricco e popoloso,
meta della maggior parte degli immigranti . Nel 1780,
metà della popolazione degli Stati Uniti viveva al Nord,
ma nel 1860 questa percentuale era salita a due terzi.
Nel 1775, i redditi nei cinque stati meridionali
originari erano pari a quelli del New England,
nonostante il fatto che la ricchezza (schiavi compresi)
fosse concentrata al Sud in misura sproporzionata. Entro
il 1840 i redditi nell'area nordorientale superavano di
circa il 50% quelli degli stati meridionali originari,
mentre la rete ferroviaria del Nord era circa del 40%
più lunga (e gli investimenti industriali quattro volte
superiori) rispetto al Sud. Come ha fatto notare
l'economista Robert Fogel, il Sud non era povero: nel
1860 era più ricco di tutti le nazioni europee, fatta
eccezione per l'Inghilterra. Ma i redditi al Nord erano
comunque molto più alti e in continua crescita. Come si
spiega il divario di allora tra i redditi degli Stati
del Sud e di quelli nel Nord, pur in presenza di un
unico governo, delle stesse leggi e della stessa
economia? Fin quasi dall'inizio, la schiavitù e le
particolari condizioni geografiche spinsero le colonie
meridionali su una strada diversa dal Nord, con
un'agricoltura specializzata che favorì le grandi
piantagioni rispetto alle piccole fattorie con colture
diversificate. Il lavoro forzato era molto più
conveniente della manodopera "libera" (a pagamento). Ma
mentre il Sud, grazie al lavoro degli schiavi,
realizzava economie di scala e conquistava una posizione
di vantaggio competitivo nel settore agricolo, che gli
permetteva di esportare i suoi prodotti sui mercati
mondiali e al Nord, quest'ultimo si assicurava una
posizione ancora più avanzata, promuovendo lo sviluppo
della classe media, del settore manifatturiero e di una
cultura politica e sociale moderna. Alla vigilia del
completamento della ferrovia transcontinentale, il Nord
era sul punto di conquistare un netto predominio
economico-politico e la capacità di bloccare l'ulteriore
espansione della schiavitù all'Ovest. Al predominio del
Nord (e alla modernizzazione), il Sud preferì la guerra.
Sebbene la Costituzione garantisse il libero scambio e
il libero movimento dei capitali e della manodopera, di
fatto l'istituzione della schiavitù limitava
notevolmente la mobilità della forza lavoro nel Sud,
producendo un minore sviluppo delle risorse umane, una
distribuzione meno egualitaria del reddito, un mercato
più ristretto per i prodotti industriali e un'economia
meno dinamica. Tanto per gli emigranti europei quanto
per il capitale estero, il Sud rappresentava
un'alternativa meno attraente. Il Sud stava arretrando,
come dimostrava la stagnazione dei redditi negli Stati
di più antica costituzione, e la sua situazione di
allora può essere paragonata a quella di molti paesi
poveri odierni, specialmente quelli dell'America Latina.
Per avviare il Sud sulla strada della convergenza
economica, furono necessari quattro anni di guerra
civile, con 600.000 morti e un'enorme distruzione di
ricchezza. Ma questo fu solo il punto di partenza. Con
tre emendamenti costituzionali e dodici anni di
"ricostruzione" militare si tentò di stabilire anche al
Sud l'uguaglianza dei diritti e il "giusto processo".
Ma, passato questo periodo, la reintroduzione della
segregazione razziale portò al diffondersi della
mezzadria, in seguito al rifiuto degli ex-schiavi di
tornare al lavoro forzato. La produttività della forza
lavoro diminuì a tal punto che nel 1850 i redditi nel
Sud erano circa la metà di quelli del Nord. Di fatto la
convergenza dei redditi iniziò solo negli anni '40 del
Novecento, quando il boom bellico cominciò ad attirare
verso le città industriali del Nord gli emigranti
meridionali in cerca di migliori salari.
Contemporaneamente, iniziarono a giungere al Sud i
capitali delle imprese, attirate dai bassi salari, da
una diffusa mentalità antisindacale e dalla possibilità
di vincere, con l'appoggio dei politici locali,
importanti contratti di forniture militari.. Il vero
cambiamento, tuttavia, si verificò negli anni '60,
quando le nuove leggi del governo federale e
l'intervento delle truppe federali imposero al Sud il
pieno rispetto dei diritti civili, portando a termine il
processo di modernizzazione della
regione.
L'eredità del
colonialismo
Sebbene la
schiavitù sia divenuta oggi piuttosto rara, l'analisi
delle cause dello storico divario fra i redditi del Nord
e del Sud degli Stati Uniti può aiutarci a comprendere
meglio le cause della situazione attuale di molti paesi
in via di sviluppo. Negli Stati del Sud, l'intimidazione
verso gli elettori, la segregazione razziale e la grande
disuguaglianza dei livelli di scolarità rappresentavano
la norma e non l'eccezione, e queste stesse tattiche
sono impiegate oggi dalle élite di molti paesi poveri.
All'epoca dell'arrivo degli europei, in Brasile, Messico
e Perù c'era una notevole disponibilità di terre vergini
e i redditi in tali paesi corrispondevano grosso modo a
quelli del Nord America, almeno fino al 1700. Gli
economisti Stanley Engerman e Kenneth Sokoloff hanno
sottolineato il fatto che questi Stati, analogamente a
quelli della Confederazione, svilupparono un'agricoltura
basata sul latifondo e sulle colture per l'esportazione,
come lo zucchero e il tabacco. Il Brasile e molte isole
dei Caraibi adottarono anche la schiavitù, mentre Perù e
Messico fecero affidamento sul lavoro forzato, non degli
schiavi africani ma degli indigeni. Gli storici hanno
dimostrato che il progresso politico dell'America
settentrionale e di molti paesi in via di sviluppo - la
maggior parte dei quali fu colonizzata dagli europei,
anche se in tempi diversi - fu determinato in gran parte
dal tasso di mortalità. Nelle colonie con tassi di
mortalità tollerabili (Australia, Canada, Nuova Zelanda
e Stati Uniti), i coloni cominciarono ben presto a fare
pressioni per ottenere il riconoscimento dei diritti
delle persone e della proprietà, secondo il modello
inglese. Ma altrove - nella maggior parte dell'Africa,
in America Latina, in Indonesia e, in misura minore, in
India - i tassi di mortalità per malattia erano talmente
elevati che nulla impediva ai pochi residenti europei di
sfruttare una classe di lavoratori che non godevano di
alcun diritto, non importa se come schiavi o uomini
liberi. In queste regioni, il colonialismo fu sostituito
dai regimi nati dalle guerre di "liberazione", spesso
autoritari e incompetenti, che mantennero il sistema di
sfruttamento precedente a vantaggio di una piccola élite
locale. Le disuguaglianze esistenti all'interno dei
paesi poveri sopravvissero grazie a una politica
governativa e a istituzioni che raramente tutelavano i
diritti dell'individuo e l'iniziativa privata della
maggioranza della popolazione, consentendo alle élites
di razziare profitti in tutti i settori dell'economia.
Come ha rilevato l'economista Hernando de Soto, i
governi dei paesi in via di sviluppo non riconoscono ai
cittadini poveri il diritto di proprietà delle loro case
o imprese, privandoli così della possibilità di
utilizzare i propri beni come garanzia. Le perdite di
capitale potenziale in tali paesi hanno ridotto
drasticamente nel corso dell'ultimo secolo l'afflusso
complessivo di capitali verso le loro economie.
L'eredità del colonialismo, inoltre, tende a perpetuare
la distribuzione ineguale di reddito, ricchezza e potere
politico all'interno di ciascun paese, limitando al
tempo stesso la mobilità del capitale. Di conseguenza,
nelle economie delle più importanti nazioni in via di
sviluppo, come il Brasile, la Cina, l'India, l'Indonesia
e il Messico, si registrano notevoli differenze di
reddito a seconda delle province, che impediscono tanto
al lavoro, quanto al capitale di sfruttare al meglio le
proprie potenzialità. Persino in tempi recenti, le élite
locali si sono battute per mantenere inalterato questo
stato di oppressione in Brasile, El Salvador, Guatemala,
Messico, Nicaragua e Perù. L'intimidazione e la violenza
hanno costretto i poveri di questi paesi a soggiacere a
misure di ordine pubblico ingiuste quanto quelle subite
un tempo dai mezzadri negri nel Sud degli Stati Uniti.
La modernizzazione e lo sviluppo economico minacciano
inevitabilmente la distribuzione del potere e del
reddito e le élite dominanti non esitano a impiegare
tutto il loro potere per il mantenimento dello statu
quo, anche quando ciò comporta l'ulteriore arretramento
della società nel suo complesso. Per garantire un
governo responsabile e il rispetto della legge non
bastano la costituzione, il suffragio universale ed
elezioni regolari. È molto probabile che soltanto il
diritto di lasciare il paese, ovvero di emigrare, possa
costringere in modo pacifico i regimi corrotti e
repressivi ad assumersi le proprie responsabilità. A
differenza del governo federale degli Stati Uniti, gli
organismi multilaterali non possono intervenire
legittimamente negli affari interni della maggior parte
di questi paesi. La ripresa economica verificatasi in
Europa nella seconda metà dell'Ottocento fu favorita
dall'emigrazione di 60 milioni di persone verso il Nord
America, l'Argentina, il Brasile e l'Australia. Questo
flusso migratorio, che interessò circa il 10% della
forza lavoro, causò un aumento dei salari europei e un
ridimensionamento di quelli dei paesi con penuria di
manodopera, quali l'Australia e gli Stati Uniti, che
erano cresciuti eccessivamente. Oggi una migrazione di
manodopera dai paesi poveri di dimensioni analoghe
interesserebbe centinaia di milioni di
persone.
Il caso italiano
Come per gli
Stati Uniti di un tempo, anche per l'Italia si può
parlare di "un paese, due sistemi". Negli ultimi
vent'anni, in Italia il reddito pro capite ha raggiunto
il livello degli altri paesi europei e nel 1990 ha
superato quello della Gran Bretagna e uguagliato quello
della Francia, ma il Mezzogiorno non è riuscito a stare
al passo. Sebbene nel complesso il reddito degli
italiani sia andato avvicinandosi a quello medio dei
paesi dell'Unione Europea, il divario fra il reddito del
Mezzogiorno e quello delle regioni del Nord ha
continuata ad allargarsi. Il reddito meridionale è
passato dal 65% della media settentrionale nel 1975 al
56% vent'anni dopo; in Calabria, è sceso al 47% della
media settentrionale. La disoccupazione al Sud è salita
dall'8% nel 1975 al 19% nel 1995, circa tre volte la
media nazionale. In breve, 50 anni di aiuti da parte del
governo italiano e della UE non sono riusciti ad
arrestare il declino del Mezzogiorno, bensì hanno
prodotto regimi locali caratterizzati da un grande
aumento degli impieghi nel settore pubblico e dal
diffondersi del clientelismo e della corruzione, non
diversamente da quanto è accaduto nei paesi in via di
sviluppo in conseguenza delle politiche di aiuto. E la
modernizzazione è ulteriormente ostacolata dal
persistere della mafia. La democrazia, quindi, non è
sufficiente a garantire ai cittadini il godimento dei
frutti delle loro iniziative. Uno Stato efficiente deve
avere buone leggi ed essere in grado di farle rispettare
in modo tempestivo, imparziale, senza discriminazioni
verso i meno fortunati. In molti paesi, questo obiettivo
potrà essere raggiunto solo attraverso un
ridimensionamento dei poteri non scritti degli interessi
costituiti. Se ciò non è possibile, l'unico rimedio
disponibile è l'emigrazione. Ma se l'élite colta ha la
possibilità di trasferirsi all'estero, mentre le masse
rimangono intrappolate in una società priva di classe
dirigente, le difficoltà che queste ultime dovranno
affrontare per attuare cambiamenti a livello politico e
istituzionale saranno ancora più formidabili. Sebbene in
Italia si continui a emigrare dal Sud al Nord, le
dimensioni del fenomeno si sono ridotte, in parte grazie
a una generosa politica di trasferimenti, che consente
ai meridionali di consumare quasi quanto i
settentrionali. Inoltre la politica per il Mezzogiorno
continua a essere decisa in gran parte a Roma. Le
barriere all'immigrazione innalzate dai paesi ricchi non
solo impediscono a miliardi di persone indigenti di
sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione,
ma contribuiscono a mantenere in piedi numerosi regimi
pseudodemocratici e repressivi, negando ai loro
cittadini il diritto di manifestare il proprio dissenso
emigrando all'estero. Di fatto, il rigido rispetto della
sovranità nazionale consente alle nazioni ricche di
continuare a stabilire le regole a proprio vantaggio,
permettendo contemporaneamente ai cattivi governi dei
paesi poveri di continuare a maltrattare i propri
cittadini e a ritardarne lo sviluppo
economico.
Sviluppo economico e
istituzioni
Secondo la
teoria economica, i paesi in via di sviluppo creeranno
spontaneamente le istituzioni necessarie a sostenere le
proprie economie, in modo da permettere alle loro
imprese e ai loro mercati di competere alla pari con
quelli dei paesi ricchi. Ma la realtà è molto più
complessa della teoria. Per esempio, dall'analisi di de
Soto risulta evidente che l'impiego efficiente delle
risorse interne può garantire alla maggior parte dei
paesi in via di sviluppo una disponibilità di capitali
molto maggiore dell'intervento estero. Ciò nonostante, i
sostenitori della teoria economica dominante, e i loro
modelli formali, per lo più ignorano il valore di queste
risorse. Allo stesso modo, i consiglieri economici
occidentali in Russia sono stati fuorviati dalla fiducia
in un modello economico calato dall'alto, privo di un
contesto istituzionale e di una prospettiva storica.
Negli ultimi anni gli economisti si sono affannati a
correggere alcuni di questi errori e oggi il "consenso
di Washington", oltre all'adozione di misure di
liberalizzazione dei prezzi, presuppone anche
l'adeguamento istituzionale . Ma nel campo dell'analisi
delle istituzioni, non esistono molte teorie utili per
la definizione delle strategie politiche e i lacunosi
apparati istituzionali della maggior parte dei paesi in
via di sviluppo lasciano via libera a modelli economici
che perseguono obiettivi poco realistici, per non dire
peggio. L'adeguamento istituzionale favorisce
inevitabilmente certi attori e ne ostacola altri; di
conseguenza, la modernizzazione provoca tensioni che
devono essere risolte sul piano politico, oltre che su
quello economico. Come minimo, il successo delle
politiche di sviluppo implica la vittoria delle forze
favorevoli al cambiamento istituzionale sui
rappresentanti dello status quo. La creazione di un
"terreno di gioco neutrale" è il segno di un corretto
governo della competizione politica e istituzionale. Gli
economisti che ipotizzano che per raggiungere i livelli
di reddito occidentali tutti i paesi debbano adottare le
istituzioni occidentali , spesso dimenticano di prendere
in considerazione i cambiamenti e i rischi politici che
tale processo comporta. Gli esperti che consigliavano i
paesi ex comunisti di sottoporsi a una "terapia d'urto"
non tenevano conto delle questioni politiche e normative
implicite nel processo. L'approvazione politica di ogni
singola modifica richiede sia una vittoria sul "mercato
elettorale", sia un'efficace opera di persuasione
all'interno della burocrazia statale. I paesi con
redditi e livelli di scolarità più bassi della Russia
devono affrontare difficoltà persino maggiori anche solo
per raggiungere una certa stabilità economica, per non
parlare della capacità di attirare gli investimenti
esteri o di utilizzarli efficacemente. Il maggiore
ostacolo allo sviluppo è rappresentato non dalla
scarsità di capitali, bensì dalle carenze istituzionali,
che devono essere risolte per riuscire ad attirare gli
investitori stranieri. Sebbene sia possibile attuare
rapidamente la liberalizzazione dei prezzi, non esiste
un metodo rapido per modernizzare le istituzioni, se si
esclude la rivoluzione. Anche se si deve riconoscere a
Boris Eltsin il merito di aver portato a termine una
svolta significativa, se non un vero e proprio colpo di
Stato, il suo stravagante metodo di gestione e la
mancanza di sostegno parlamentare hanno minato
inesorabilmente la solidità del governo. Date le
circostanze, prima della privatizzazione di massa si
sarebbe dovuto aiutare il nuovo regime russo a garantire
il rispetto delle leggi. L'introduzione istantanea del
capitalismo in un paese in cui nessuno, tranne gli
apparatchik, aveva accesso a grandi capitali, poteva
risolversi solo nel trionfo della criminalità e nella
perdita di credibilità del sistema. L'ingenuità dei
modelli economici si riflette nell'ingenuità delle
scelte politiche consigliate.
Alle origini del
primato europeo
L'importanza del
ruolo dello Stato appare evidente nello sviluppo
economico del mondo occidentale. La supremazia economica
europea non fu il risultato dell'applicazione del
modello del "consenso di Washington" ma l'opera di
potenti apparati statali. Nel XV secolo, i redditi
europei non erano molto più elevati di quelli della
Cina, dell'India o del Giappone. Lo stato nazionale,
un'invenzione europea, soppiantò il feudalesimo e impose
lo Stato di diritto, che a sua volta determinò la
definizione di una struttura normativa volta ad
assicurare l'efficienza dei mercati. Una volta ottenuto
il primato, questi paesi continuarono ad aumentare il
loro margine di vantaggio grazie all'innovazione
tecnologica. I coloni europei, inoltre, portarono con sé
i frutti del progresso e della civiltà dei loro paesi di
origine nei territori dell'America del Nord e del
Pacifico meridionale, che entrarono rapidamente a far
parte del ristretto novero dei paesi ricchi. Il
predominio iniziale dell'Europa, quindi, rappresentò il
punto di partenza per l'acquisizione di ulteriori
vantaggi con importantissime conseguenze. L'ascesa
dell'Europa verso la supremazia economica fu dapprima
piuttosto lenta. Secondo l'economista Angus Maddison,
fino al 1700 l'economia europea crebbe a un tasso annuo
di circa lo 0,07%, e solo dopo il 1820 raggiunse l'uno
per cento; ma dal quel momento le innovazioni
tecnologiche e istituzionali si susseguirono a un ritmo
più serrato. Nel frattempo, l'apertura di nuovi mercati
in Africa, in Asia e nelle Americhe generò nuove
opportunità economiche. Le forze politiche laiche posero
fine all'egemonia della Chiesa Cattolica. Il
feudalesimo, messo in crisi dall'aumento dei redditi, fu
soppiantato da un sistema di finanziamento del governo
basato sull'imposizione fiscale, che aumentò la
disponibilità di terra e di manodopera sul mercato. Ciò
consentì una migliore ridistribuzione di questi due
fattori, promuovendo ulteriormente l'aumento dei
redditi. L'istituzione di diritti di proprietà effettivi
permise agli individui di godere dei frutti della
propria attività, incoraggiando di conseguenza
l'iniziativa privata. Infine, la privatizzazione delle
terre comuni facilitò il disboscamento di nuove aree. La
nascita degli Stati nazionali contribuì in vari modi a
questo rinnovamento: allargò i mercati espandendo il
territorio; ridusse i costi delle operazioni
commerciali; unificò le monete e le unità di peso e di
misura; infine ridusse drasticamente i costi di
trasporto migliorando le strade, i porti e i canali.
Inoltre, lo Stato era anche il garante dei diritti di
proprietà. Il sistema statale europeo prosperò con
l'aiuto di alleanze flessibili, continuamente ridefinite
per mantenere gli equilibri di potere. La rivalità
militare ed economica spinse i diversi Stati a
promuovere non solo lo sviluppo dell'agricoltura e del
commercio, ma anche le innovazioni tecnologiche, per
esempio per quel che riguarda le armi e la flotta
mercantile. Il fatto che nessuno Stato e nessuna Chiesa
fosse in grado di esercitare un'egemonia assoluta
permise la diffusione e la laicizzazione della
tecnologia. Per esempio, con l'invenzione degli orologi,
la misurazione del tempo passò dal monastero alla torre
dell'orologio del villaggio; il torchio ebbe lo stesso
effetto sulla produzione e la distribuzione dei
libri.
Il ruolo della laicità e dello Stato di
diritto
Lo sviluppo
dell'Europa è in netto contrasto con quello dell'Asia.
Agli inizi dell'era moderna, la Cina si considerava il
centro del mondo, senza veri rivali. Aveva una
popolazione molto più numerosa dell'Europa e un mercato
molto più grande. Sebbene i cinesi siano stati i primi a
utilizzare il ferro e a inventare l'orologio, il torchio
da stampa e la polvere da sparo, la mancanza di una
concorrenza esterna finì per rallentare lo sviluppo
economico del paese. Nel frattempo, il Giappone si
chiuse in se stesso sottraendosi a tutte le influenze
esterne per oltre 200 anni, mentre nel subcontinente
indiano, dove esisteva un'accesa concorrenza interna,
non si sviluppò mai un vero e proprio Stato nazionale
fino all'epoca del colonialismo. Gli europei furono
anche i primi a instaurare governi responsabili - un
risultato che non fu ottenuto facilmente, né tanto meno
in modo pacifico. La maggior parte degli Stati europei
arrivò a considerare un vero e proprio dovere
dell'autorità sovrana (monarca o parlamento che fosse)
la protezione dei sudditi e della proprietà in cambio
del pagamento delle tasse e dell'arruolamento
nell'esercito. I sovrani degli imperi Qing, Moghul e
ottomano, al contrario, non riconobbero mai
responsabilità analoghe nei confronti dei propri
sudditi. Nel Medioevo, l'Italia vide il sorgere di
numerose città-stato, con un assetto che può essere
definito di tipo democratico, e nel XVI secolo in Olanda
fu fondata la prima repubblica moderna, dopo un secolo
di rivolte e di guerre contro la Spagna. L'Inghilterra
divenne una monarchia costituzionale nel 1689, dopo due
rivoluzioni. La Francia adottò una forma di governo
responsabile nel XIX secolo, dopo una sanguinosa
rivoluzione e una dittatura. Dopo la guerra dei
Trent'anni, l'Europa si fece anche promotrice della
separazione fra Stato e Chiesa, un passo essenziale
verso la libertà di ricerca e l'adozione del metodo
scientifico. Lo Stato laico, a sua volta, creò i
presupposti per il capitalismo e la sua "distruzione
creativa". La distruzione creativa non avrebbe mai
potuto diventare la norma finché fosse stato concesso
all'autorità religiosa il potere di giustiziare come
eretico chiunque intraprendesse un'attività accusata di
turbare lo status quo. Dopo la Riforma, gli europei si
accorsero ben presto dell'importanza di un altro
principio fondamentale del capitalismo: il ruolo
dell'interesse come rendita del capitale impiegato. Per
lo sviluppo del capitalismo era necessario che i leader
politici consentissero ai privati di detenere il potere
oltre che la ricchezza; a sua volta, il potere passò
dalla nobiltà rurale ai mercanti delle città. Gli Stati
europei favorirono inoltre lo sviluppo delle banche,
delle compagnie di assicurazione e dei mercati azionari.
Il "lievito" di questa ricetta è il principio che le
risorse della società possono essere allocate tanto
dalle istituzioni private quanto da quelle statali,
un'idea con profonde implicazioni sociali, politiche ed
economiche nel mondo odierno. Per promuovere lo sviluppo
economico, gran parte delle maggiori potenze europee non
si limitò a fare affidamento sull'iniziativa privata ma
ricorse al mercantilismo, una strategia politica che, da
una parte, impiegava il potere dello Stato per
realizzare un sistema commerciale atto a incrementare il
reddito nazionale, e dall'altra permetteva al governo di
rafforzare il proprio potere con l'imposizione di tasse
supplementari. Si trattava di un sistema che, in genere,
funzionava, sebbene in qualche caso avesse come effetto
collaterale la corruzione. Il primo Stato ad adottare
questa politica fu Venezia, fra il 1000 e il 1500,
seguita dagli olandesi nel XVI e XVII secolo. Il primato
passò all'Inghilterra nel XVIII secolo. In Inghilterra,
come altrove, allo sviluppo delle esportazioni promosso
dal mercantilismo fece riscontro un drastico incremento
della spesa statale e dell'occupazione (specialmente
nella marina militare), come pure del "capitalismo
nepotistico". Dopo la seconda guerra mondiale, il
Giappone, la Corea del Sud, Singapore e Taiwan
adottarono questi metodi di sviluppo dell'esportazione
con uguale successo. Ma oggi tali strategie sono
condannate e ritenute una violazione delle norme per il
commercio in tutto il mondo, anche nel caso dei paesi
poveri. Nell'ascesa dell'Europa svolsero un ruolo
essenziale anche le caratteristiche geografiche: clima
temperato, fiumi navigabili, coste accessibili e confini
facilmente difendibili. In Europa, inoltre, mancavano le
condizioni per la produzione di merci che richiedono
molta manodopera (come il caffè, il cotone, lo zucchero
e il tabacco), produzione che avrebbe potuto portare
all'istituzione della schiavitù. L'agricoltura europea,
come quella dell'America del Nord, era per lo più su
piccola scala, diversificata e priva di un complesso
sistema di irrigazione. L'ascesa dell'Europa, quindi, fu
dovuta in parte alla creazione e diffusione di
innovazioni tecnologiche e alla graduale accumulazione
di capitale; le cause fondamentali, tuttavia, furono
sociali e politiche. La nascita degli Stati nazionali e
la rivalità tra le nazioni europee portarono
all'affermazione del principio della responsabilità dei
governi. Tra i fattori che favorirono la trasformazione
dell'Europa vi furono anche l'illuminismo scientifico e
la mobilità sociale, stimolate da una sana competizione.
In molti degli paesi in via di sviluppo questi
presupposti essenziali della trasformazione economica
sono tuttora assenti.
Quali modelli per uscire
dal sottosviluppo?
La
globalizzazione offre delle opportunità a tutte le
nazioni, ma la maggior parte dei paesi in via di
sviluppo si trovano in una posizione troppo svantaggiata
per poterle sfruttare. Il clima malarico, l'accesso
limitato ai fiumi navigabili, la grande distanza dai
mercati principali e la crescita incontrollata della
popolazione sono solo parte del problema. Si tratta di
svantaggi gravi, ma mai gravi quanto la mediocrità dei
governi. Un sano realismo politico richiederebbe che i
governi deboli dimostrassero in primo luogo di essere in
grado di migliorare la gestione degli affari interni dei
loro paesi, prima di manifestare ambizioni strategiche.
Ma quali modelli dovrebbero adottare per recuperare il
terreno perduto? Prima degli anni '80 del Novecento, la
strategia di sviluppo economico più diffusa consisteva
nel sostituire le importazioni con beni di produzione
nazionale. Ma questo orientamento centripeto ha impedito
ai paesi che l'hanno adottato di sfruttare le nuove
opportunità globali e a lungo andare li ha condotti in
un vicolo cieco. Sebbene gli Stati Uniti abbiamo
impiegato con successo una strategia simile dal 1790
fino al 1940, oggi nessun paese in via di sviluppo
dispone di un mercato interno abbastanza grande da
sostenere un'economia moderna. L'altro modello di
sviluppo che si è dimostrato efficace è stato il
mercantilismo europeo e in particolare la promozione
delle esportazioni, modello adottato fra i primi da
Venezia, dalla Repubblica olandese, dall'Inghilterra e
dalla Germania. Quasi tutte le storie a lieto fine
dell'Asia orientale, compresa la Cina, sono versioni
moderne di questa forma di mercantilismo orientata alle
esportazioni. Oggi, il libero scambio resta il modello
preferito dai paesi ricchi, in quanto consente la
decentralizzazione delle iniziative volte a individuare
le opportunità di mercato future, ma non è detto che
tale modello rappresenti il modo migliore di promuovere
lo sviluppo. L'Inghilterra adottò il libero scambio non
prima del 1840, molto tempo dopo essere diventata la
prima potenza industriale del mondo. L'abbattimento
delle barriere commerciali è una ricetta che può
contribuire a evitare l'adozione di strategie ancora
peggiori da parte di governanti non all'altezza del loro
compito, ma il modello del "consenso di Washington"
avvantaggia comunque quelli che sono in testa piuttosto
che quelli rimasti indietro. D'altra parte il moderno
capitalismo diffuso minaccia i paesi poveri anche in
altri modi, anzitutto aumentando i compensi per i
dirigenti più abili, e in secondo luogo subordinando
tutte le attività a quelle che garantiscono agli
azionisti il massimo profitto. Si calcola che nel 1970 i
dirigenti aziendali americani guadagnassero 30 volte il
salario di un lavoratore medio, mentre oggi guadagnano
450 volte tanto. Nei paesi in via di sviluppo più
avanzati, questo rapporto è ancora inferiore a 50. Un
aumento analogo dei compensi dei dirigenti nei paesi in
via di sviluppo, in nome della libertà del mercato, non
farebbe che aggravare il divario dei redditi e fornire
altri argomenti ai politici populisti. Inoltre, il
capitalismo diffuso pone al centro delle strategie
manageriali gli interessi degli azionisti, anche qualora
ciò comporti l'abbandono di attività che compensano le
lacune del mercato locale. Una delle principali banche
sudafricane non ha esitato a mandare in rovina quasi un
milione di piccoli risparmiatori, per la maggior parte
neri, allo scopo di aumentare l'utile azionario. Non
sarebbe giusto che questa banca, come le sue controparti
americane, avesse l'obbligo di curare gli interessi
della comunità, ivi compresa la popolazione nera, in
cambio dell'autorizzazione a operare? Le nazioni povere
hanno dunque di fronte a sé il difficile compito di
rendere più efficienti le istituzioni e gli apparati
burocratici, nonostante i bassi stipendi dei lavoratori
statali e la resistenza dei ceti più tutelati. È vero,
come ha fatto notare il giornalista Thomas Friedman, che
gli operatori del mercato valutario possono deprezzare
le valute dei paesi mal gestiti, costringendo i loro
governi a limitare il deficit fiscale e ad adottare una
politica monetaria più rigorosa. Ma le pressioni
valutarie non hanno molta influenza sui sistemi feudali
in Pakistan e Arabia Saudita, sulle teocrazie in
Afghanistan e in Iran o sulle cleptocrazie in Kenya e
nel Messico meridionale. Le forze che agiscono sui
mercati finanziari non impediranno agli abusivi
brasiliani di occupare i "terreni pubblici" o le
bidonvilles di Rio de Janeiro o São Paulo, né
riusciranno a richiamare all'ordine i proprietari
terrieri e i vigilantes in lotta per il controllo dello
stato indiano del Bihar. Solo governi forti e
responsabili possono riuscire in questo
intento.
Per un approccio
pragmatico
In conclusione,
non è possibile rappresentare l'economia globale come un
processo da cui tutti usciranno alla fine vincitori. Le
persone che guadagnano meno di un dollaro al giorno sono
oggi circa un miliardo e il loro numero continua ad
aumentare. Sebbene esistano le risorse economiche
necessarie a migliorare questa situazione, manca ancora
la volontà politica e amministrativa di tradurre in
realtà il potenziale di tali risorse. È necessario sia
fare pressione sui governi delle nazioni in via di
sviluppo per l'attuazione di riforme amministrative e
costituzionali, sia fornire a questi paesi l'aiuto di
cui hanno bisogno. Ma il principio della sovranità
nazionale rischia di vanificare l'efficacia di una
pressione esterna, mentre le barriere all'immigrazione
privano l'opposizione interna di uno dei principali
strumenti di pressione. E il "consenso di Washington"
riguardo all'universalità del modello proposto dai paesi
ricchi è semplicistico e interessato. Il mondo ha
bisogno di un approccio più pragmatico, diverso da un
paese all'altro. Si dovrebbe permettere alle nazioni
povere di fare quello che hanno fatto gli attuali paesi
sviluppati per raggiungere la loro posizione dominante e
non costringerle ad adottare un atteggiamento di
laissez-faire. L'iniziativa, comunque, deve partire
principalmente dai paesi poveri e non da quelli ricchi.
Negli ultimi cinquant'anni, la Cina, l'India e
l'Indonesia sono state all'avanguardia nella riduzione
dei livelli di povertà. In Cina, per creare uno stato e
un'economia stabile ci sono volute una guerra civile e
una rivoluzione, con decine di milioni di morti; nel
1978, quello che di fatto è stato un vero e proprio
colpo di Stato ha provocato un cambiamento positivo ai
vertici del paese. Fondamentalmente le riforme in Cina
sono state prodotte da forze politiche interne, e il
loro successo è dipeso non solo dall'apertura dei
mercati ma anche da un migliore impiego delle risorse.
L'ex Unione Sovietica e l'Africa si situano all'estremo
opposto dello spettro. Il declino dei redditi in questi
paesi nasce dalla loro incapacità di dotarsi di governi
efficienti e in grado di assicurare il mantenimento
dello Stato di diritto. È lecito quindi ipotizzare che,
nel prossimo secolo, alcuni Stati vadano incontro a una
fase di ulteriore declino economico. Argentina,
Colombia, Indonesia e Pakistan sono i candidati più
probabili, ma anche altre nazioni potrebbero risentire a
livello regionale degli insuccessi della loro politica
interna, come, per esempio, lo stato indiano del Bihar.
L'aumento dei redditi dipende in grande misura dalle
capacità legislative, amministrative e politiche dei
diversi attori della vita pubblica negli Stati sovrani.
Ecco perché, in ultima analisi, gli aiuti e i consigli
economici esterni non devono restare legati a modelli
formali ma devono adeguarsi al contesto politico e
sociale specifico del singolo paese.
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